Virginia Lunare

Real Estate, Blog, Centro Studi.

Milano dopo le Olimpiadi non chiude un capitolo ma apre l’orizzonte verso il 2040: mobilità, abitare, lavoro e cultura per una città globale.

Il titolo del convegno suonava quasi come una resa. Milano, fine dei giochi: tre parole che, lette di sfuggita, sembravano fotografare il momento del disincanto, l’ora in cui le luci si spengono sul palcoscenico e qualcuno comincia a smontare le tribune. Eppure, già dopo il primo intervento, la formula si rovesciava nel suo contrario, come un’esca lanciata al pubblico per costringerlo a guardare oltre. Pensare Milano dopo le Olimpiadi non è un esercizio nostalgico ma una disciplina del tempo lungo, un modo per abbandonare la grammatica del singolo grande evento, e passare a una grammatica diversa, fatta di pianificazione paziente, di scelte che non producono titoli sui giornali ma cambiano in profondità la trama di un territorio. Il riferimento ricorrente in molti interventi era il 2040, un orizzonte che oggi sembra remoto e che invece, per chi costruisce città, è quasi domani mattina.

Le prime coordinate sono arrivate dall’Ingegner Andrea Severini, amministratore delegato Trenord, nel ricordare che la sua azienda muove circa 800 mila viaggiatori all’anno e che oltre 550 mila di questi hanno origine o destinazione nell’area milanese, articolata su una rete di ventisei stazioni che disegna intorno alla città una sorta di sistema circolatorio diffuso. È un’immagine che vale più di molte teorie: Milano non è un punto, è un campo gravitazionale, e la mobilità ne è il fluido vitale. La sfida, ha spiegato l’Ingegner Andrea Severini, non sarà più infrastrutturale nel senso tradizionale, perché la cintura merci recentemente inaugurata completa un mosaico già denso, ma riguarderà l’integrazione fra vettori diversi, l’accelerazione tecnologica e la decarbonizzazione del servizio. Tre parole che, a guardarle bene, sono altrettanti modi di dire una cosa sola: il futuro della mobilità non si misura in chilometri di binario aggiunti ma in qualità del tempo restituito alle persone.

Mentre l’Ingegner Andrea Severini parlava di flussi, l’Architetto Alessandro Maggioni, Presidente della Lega delle Coperative, ha spostato lo sguardo sull’abitare, e lo ha fatto con una metafora che vale la pena di trattenere. Ha detto, con il candore che permette solo l’esperienza, che per arrivare alle Olimpiadi questa città è stata, per così dire, drogata come un cavallo da corsa. Ha tenuto il passo, ha vinto delle medaglie, ha guadagnato visibilità globale. Ora però il problema è capire come restare in pista senza quella spinta artificiale, e qui entra in gioco il tema della redistribuzione del valore. Quando in Monte Napoleone si registrano transazioni superiori ai 110 mila euro al metro quadro, sostiene l’Architetto Alessandro Maggioni, quel prezzo non riflette il singolo immobile né la sola firma dell’architetto: riflette la città intera, la sua stratificazione simbolica, la densità di senso che il quartiere ha accumulato in secoli di storia. Una parte di quel valore può legittimamente essere estratta e restituita ai territori più fragili, per riparare una stazione di periferia, per finanziare alloggi a canone convenzionato, per costruire quella quota di redistribuzione che a Porta Romana ha già un volto preciso, quello dei circa 220 alloggi previsti per il 2040 a un canone che si misura in centinaia di euro al mese e non in migliaia. È la stessa domanda, posta su una scala diversa, che attraversa ogni operazione di rigenerazione contemporanea: a chi appartiene la città che rinasce?

Su questo terreno, peraltro, l’architetto Alessandro Maggioni ha indicato due nodi fiscali che chiunque si occupi di rigenerazione urbana riconosce come decisivi. Il primo è la stabilizzazione dell’IMU nella fase di rilascio dei titoli edilizi, una fase che oggi può durare anni e durante la quale l’imposta cresce progressivamente fino a diventare uno stress finanziario insostenibile per i piani economici delle imprese. Il secondo è l’allineamento dell’IVA sulle locazioni a canone convenzionato, ferma al dieci per cento, alla logica sociale della misura. Sono dettagli tecnici che sembrano lontani dalla poesia urbana, eppure è in questi dettagli che si decide se una città globale resterà accessibile o diventerà soltanto una vetrina luminosa per pochi.

La poesia, in realtà, riappare quando si guarda al lavoro. Il Dottor Francesco Seghezzi, Presidente di ADAPT, ha ricordato che siamo entrati in una fase storicamente inedita, una crisi dell’offerta di lavoro che ribalta la grammatica con cui ci eravamo abituati a leggere il mercato. I lavoratori, soprattutto i giovani qualificati, hanno per la prima volta un potere contrattuale che decide non solo quanto chiedere, ma soprattutto dove vivere. Milano gioca così in un campionato le cui regole non scrive lei. Due fenomeni emergenti illuminano la posta in gioco. Il primo è l’uso estrattivo della città: si lavora a Milano, si consuma a Milano, ma si vive altrove perché l’abitare costa troppo. Il secondo è la geografia liquida del talento: manager di alto profilo collaborano con aziende milanesi vivendo in Toscana o in Thailandia, fenomeno più diffuso di quanto si pensi e destinato ad ampliarsi. La leva salariale, ha avvertito il Dottor Francesco Seghezzi, non basta. Serve un welfare urbano integrato, fatto di servizi per l’infanzia, di reti di cura per la non autosufficienza, di sussidiarietà organizzata che metta a sistema le risorse degli enti bilaterali del commercio e del terziario insieme alle politiche pubbliche.

In più di un passaggio del convegno torna in mente Italo Calvino e le sue città invisibili, perché Milano dopo le Olimpiadi assomiglia molto a una di quelle figure narrative che cambiano forma a seconda della prospettiva da cui le si osserva. Per il Dottor Francesco Billari, rettore dell’università Luigi Bocconi, demografo dello sviluppo urbano, la città globale contemporanea si trova nel mezzo di quattro rivoluzioni simultanee: la coabitazione di più generazioni resa possibile dall’allungamento della vita, l’equità di genere e la sostenibilità della genitorialità, la centralità della ricerca e dell’istruzione come ascensore sociale, l’apertura internazionale come tratto costitutivo. Il modello urbano che ne emerge, già evocato altrove con la formula della città dei quindici minuti, è quello in cui il quotidiano si svolge a misura di prossimità. Per questo, ha argomentato il Rettore Francesco Billari, è urgente riconoscere la dimensione metropolitana effettiva di Milano, che non coincide più con i confini comunali, secondo una logica di reti urbane di lungo raggio che ridisegna l’intera geografia del nord ovest, e abituarsi all’idea di una città bilingue dove l’inglese diventa lingua di lavoro accanto all’italiano, non per sudditanza culturale ma per coerenza con la propria vocazione internazionale.

Le parole più dure, e forse le più necessarie, sono arrivate dal Dottor Sergio Urbani, Direttore generale di Fondazione Cariplo, voce del movimento cooperativo. Ha ricordato che le risorse pubbliche disponibili oggi per l’edilizia residenziale sociale, circa 215 milioni di euro all’anno, sono ampiamente insufficienti rispetto alla domanda, e che nelle periferie milanesi si è stratificata, ondata dopo ondata, una marginalità che il lavoro non riesce più a redimere come faceva un tempo. Quando il lavoro perde la sua funzione identitaria, ha detto il Dottor Sergio Urbani, le persone perdono la rappresentanza di sé, e nessun progetto di rigenerazione tiene se non riparte da lì, dalla restituzione di un riconoscimento sociale a chi è scivolato fuori dal radar pubblico. Su una linea parallela ma complementare si è collocato il Dottor Marco Riva, Presidente del Coni Lombardia,che ha proposto di leggere lo sport, in coerenza con l’articolo 33 della Costituzione, come infrastruttura sociale e culturale di lungo periodo, non come spettacolo a tempo determinato. Anche qui il filo è lo stesso: la città produce valore quando produce relazioni, riconoscimento, possibilità.

Il Dottor Manfredi Catella, Fondatore e Amministratore delegato Coima SGR, ha chiuso il cerchio con un richiamo che gli operatori conoscono bene ma che vale la pena rendere pubblico: gli investimenti, soprattutto quelli internazionali, non chiedono favori, chiedono regole. Regole chiare, certe, prevedibili. È una richiesta che, lette le cronache recenti, suona quasi come un appello civile. La fiducia istituzionale, ha argomentato il Dottor Catella, non si decreta, si costruisce nel tempo attraverso comportamenti coerenti, e quando si incrina, come pare stia accadendo nella percezione internazionale di Milano, la riparazione richiede anni, talvolta decenni. È, anche questo, un esercizio di tempo lungo.

A bilancio, il titolo provocatorio del convegno ha compiuto la sua missione. Milano dopo le Olimpiadi non è una città in chiusura ma una città in transizione, costretta a scegliere se vivere di rendita oppure investire sulla propria forma futura. Le coordinate sono tutte sul tavolo: una mobilità integrata che restituisce tempo, una redistribuzione del valore che riequilibra periferie e centro, un welfare urbano che trattiene chi lavora e chi cura, una visione metropolitana che riconosce la città reale, un sistema di regole che riaccende la fiducia degli investitori internazionali. Sono pezzi di un mosaico che, messi insieme, disegnano un’altra Milano, più matura, più consapevole, meno innamorata della propria immagine e più attenta alla propria sostanza. Il gioco, allora, non finisce. Ricomincia. E come sempre nelle partite serie, comincia sul tempo lungo.