Dall’AREL Day 2026 a Milano un racconto in prima persona su leadership femminile real estate, gender gap, transizione ESG e il coraggio di essere presenti, evidenti, determinanti.
“Non pensavo di incutere tanto timore.”
È la frase con cui ho aperto i lavori di AREL Day 2026, strappando un sorriso a una platea milanese che, quel pomeriggio del 30 marzo al Centro Svizzero, si era riunita per fare qualcosa di più ambizioso di un bilancio: guardarsi dentro e poi guardare avanti. Perché quando un mandato si chiude, la tentazione è quella del consuntivo ordinato. Ma noi, in questi tre anni, avevamo scelto un’altra grammatica. Avevamo scelto tre parole, “Presenti, Evidenti, Determinanti”, che non erano un titolo da convegno ma una bussola, e come tutte le bussole vere non indicano il luogo in cui ti trovi, ma la direzione verso cui potresti andare.
Scriveva Virginia Woolf che per poter scrivere romanzi, una donna ha bisogno di soldi propri e di una stanza tutta per sé. Mi sono chiesta spesso, in questi anni, quale sia la stanza delle donne nel real estate. Non un luogo fisico, ma quello spazio di legittimità e di voce in cui una professionista possa pensare, proporre, decidere senza dover prima dimostrare di meritare il diritto di sedere al tavolo. AREL è nata vent’anni fa per costruire quella stanza, e il mandato appena chiuso sotto la presidenza di Micaela Musso ha cercato di renderla più grande, più visibile, più abitata. Il programma era nato dagli Stati Generali del novembre 2022, dove le socie avevano chiesto non soltanto un luogo di rete, ma uno spazio dove si genera pensiero e si formulano proposte concrete. Quel messaggio si è tradotto nei tavoli di confronto permanenti, veri laboratori dove la leadership femminile nel real estate ha smesso di essere un’aspirazione per diventare pratica quotidiana.
I numeri emersi dal primo panel, con Alessia Camparini, Andrea Ciaramella e Carolina Arroyo, hanno la consistenza di un muro. Le donne CEO nel settore rappresentano il 5 o 6 per cento, le dirigenti con potere decisionale si fermano al 12 o 15 per cento, e alla carica di Presidente si scende a un impercettibile 3,2 per cento. Il report Women in Business 2026 di Grant Thornton registra in Italia un 34 per cento di donne nei ruoli apicali, in calo rispetto all’anno precedente. Un’indagine Hewlett Packard ha rivelato che le donne non si candidano se non possiedono il 100 per cento dei requisiti, mentre gli uomini lo fanno con il 60. Non è prudenza: è un’architettura culturale che ha insegnato alle donne a chiedere il permesso prima di occupare uno spazio. E su questo terreno il panel ha offerto una delle riflessioni più fertili: il personal branding come atto di presenza, non di vanità. Alessia Camparini lo ha detto con una formula che vale la pena custodire: l’autenticità non è spontaneità, è consapevolezza e intenzionalità. Lo sappiamo per esperienza diretta: quando AREL ha avviato l’annuario associativo, su 280 profili attesi ne sono arrivati 50 alla prima scadenza. Se non sappiamo raccontare chi siamo, come possiamo pretendere di essere presenti nei contesti che contano? Carolina Arroyo ha aggiunto una nota necessaria: il 75 per cento delle vittime di cyberstalking sono donne. La visibilità professionale femminile non è solo questione di volontà, ma anche di sicurezza dello spazio pubblico.
Il secondo tavolo ha spostato lo sguardo sulla transizione ESG. Laura Scrimieri e le 35 professioniste del Tavolo Innovazione e Sostenibilità hanno attraversato tre anni di complessità normativa e culturale, producendo una survey che ha fotografato un mercato spaccato: grandi aziende mature nella disclosure e una quota significativa di strutture ancora estranee a questa grammatica. Valeria Falcone, CEO di Colliers Italia, ha portato una testimonianza esemplare: ha posto come condizione per il proprio incarico l’inserimento di MBO legati agli obiettivi ESG per tutti i dirigenti. Con questo approccio, in un’esperienza precedente aveva raggiunto un punteggio GRESB di 99 su 100, primo tra i fondi europei della categoria. Non partendo dalla misurazione, ma dalla decisione di fare le cose diversamente fin dal primo giorno.
La rigenerazione urbana, tema del terzo tavolo moderato da Federica Deleva, ha riportato il discorso sulla materialità delle città. Gabriele Barucco, già Consigliere Regionale della Lombardia e relatore della legge regionale sulla rigenerazione urbana, ha ricordato i 5.000 ettari di aree dismesse che la Lombardia si portava addosso come una ferita aperta, e la logica di una normativa che ha cercato di trasformare un problema pubblico in opportunità privata, con premialità fino al 60 per cento sugli oneri di urbanizzazione e 500 milioni di fondi pubblici. Milano, ha riconosciuto, è la dimostrazione di ciò che la rigenerazione può produrre in vent’anni. Ma è stato l’intervento dell’avvocato Maria Grazia Lanero a far sentire tutta la tensione: ha ripercorso il cammino dalla “Grande Milano” del 2000 fino al PGT vigente, dove la parola rigenerazione compare 137 volte, per poi denunciare come quel percorso sia stato frantumato da un cortocircuito tra giustizia e certezza del diritto che ha attraversato la sala come una scossa. Da Roma, Marisa Spisso ha portato il racconto di una città che finalmente si muove, chiedendo ciò che ogni investitore chiede: certezza del percorso, chiarezza dei tempi.
La cornice più ampia è venuta dalla Professoressa Elsa Fornero, con la qualità rara di chi sa trasformare i numeri in urgenza civile. Un Paese con 2,5 milioni di NEET, che da 25 anni cresce poco o nulla, che nel 2026 chiude il PNRR senza la ripresa promessa nel nome stesso del Piano. E una parola d’ordine che dovrebbe diventare patrimonio di ogni discussione sul futuro dell’immobiliare: l’indipendenza economica delle donne deve diventare un valore sociale. Non un obiettivo individuale, ma un valore collettivo. Perché senza lavoro non si è libere fino in fondo.
La tavola rotonda moderata da Francesca Zirnstein ha poi riunito le voci dei corpi intermedi del settore: Gloria Brocchi per RICS Italia, Barbara Cominelli per ULI, Emanuela Poli per Confindustria Assoimmobiliare, Beatrice Zanolini per FIMAA Milano, accanto alla Presidente Musso. È stato il momento in cui le associazioni hanno ragionato sul loro ruolo in una fase di trasformazione profonda, tra la complessità crescente del confronto con un legislatore che si declina su molteplici livelli e la necessità di fare sistema per costruire cultura prima ancora che rappresentanza.
Poi è arrivato il momento che ha dato alla giornata il suo sigillo. Paola Dezza de Il Sole 24 Ore ha dialogato con Silvia Maria Rovere, Presidente di Poste Italiane, su sostenibilità, innovazione, impatto sociale, centralità delle persone nei modelli di sviluppo. Silvia Maria Rovere porta con sé venticinque anni tra private equity e finanza immobiliare, e guida un’istituzione che ha fatto dell’inclusione una pratica riconosciuta da certificazioni internazionali come l’Equal Salary e il Gender Equality Index. A lei Laura Piantanida ha consegnato il Premio AREL Paola Lunghini “Donne che guidano il cambiamento”, prima edizione del riconoscimento intitolato alla fondatrice di AREL, giornalista e Ambrogino d’Oro, scomparsa nel 2024. Intitolarle un premio non è un gesto commemorativo: è una dichiarazione di continuità, l’affermazione che le eredità più vere sono quelle che generano nuove responsabilità.
Tornando a casa, quella sera, ripensavo alla frase con cui avevo aperto i lavori. Non pensavo di incutere tanto timore. Forse il timore vero è quello che si prova quando si capisce che tre anni non bastano, che i numeri sono ancora troppo lontani, che il gradino è ancora rotto e che la stanza di cui parlava Woolf è ancora troppo piccola per tutte. Ma AREL Day 2026 mi ha lasciato anche una certezza: quella stanza si sta allargando. Lo dicono i tavoli che hanno lavorato con una passione che nessun mandato può prescrivere. Lo dice il premio che oggi porta il nome di Paola Lunghini. Lo dicono le donne che quella stanza la abitano senza chiedere più il permesso di entrarci. Sono presenti, sono evidenti, e intendono essere determinanti.

