Virginia Lunare

Real Estate, Blog, Centro Studi.

C’è una parola che i genovesi usano per indicare i vicoli del centro storico — caruggi — e che porta con sé l’odore del bucato steso tra i palazzi, il buio umido delle volte medievali, il rumore delle voci che rimbalza sulla pietra. A Savona, il 10 febbraio scorso, quella parola è risuonata dentro una fortezza costruita cinquecento anni fa dai genovesi stessi — il Priamàr, con i suoi cannoni un tempo puntati sulla città mentre decine di progetti di rigenerazione urbana sfilavano uno dopo l’altro come capitoli di un romanzo corale. La storia di un Nord-Ovest che cerca di ricucire, con ago e filo diversi, gli strappi lasciati dal tempo, dall’industria che se n’è andata, dalle caserme che non servono più.

“Città in Scena”, il festival diffuso della rigenerazione urbana promosso da ANCE, Mecenate 90 e CIDAC con il patrocinio di IN/ARCH, è giunto alla quarta edizione con la consapevolezza  ormai condivisa, anche se non sempre tradotta in atti che riqualificare un edificio non significa rigenerare una città. Il Sindaco di Savona, Marco Russo, l’ha detto con una chiarezza che meritava la Sala della Sibilla in cui parlava: la rigenerazione è la sfida più importante che le città hanno di fronte, ma solo a patto di declinarla su tre direttrici riconoscere la poli-centralità dei quartieri, governare gli spazi con modelli sostenibili, costruire un’alleanza pubblico-privato che non sia formula di circostanza ma co-progettualità autentica. Parole che, nel corso della giornata, sarebbero state messe alla prova dei fatti.

La mattinata ha offerto una sorta di Grand Tour contemporaneo attraverso cantieri aperti e opere appena inaugurate. Ad Alba, l’ex Casa Miroglio, palazzo medievale divenuto opificio tessile nell’Ottocento, abbandonato per vent’anni si prepara a diventare il Polo del Novecento Albese, la casa di Fenoglio e Pavese, di Giacomo Morra e Michele Ferrero: quasi due milioni di euro per trasformare un telaio dismesso in telaio di narrazione, perché la trama, quella del tessuto e quella del racconto, è in fondo la stessa metafora. A Cuneo, trentaduemila metri quadrati di caserma militare intitolata a un eroe della Resistenza diventano parco urbano: oltre cinque milioni dal POR FESR per dimostrare che abbattere un muro può essere un gesto politico prima ancora che architettonico, centodue alberi preservati, cento nuovi piantumati, un edificio a shed ripensato come cerniera tra la città e le sue dodici valli.

Genova ha portato due storie che sono le due facce della stessa medaglia. Il restauro di due civici in Via Prè, social housing per giovani under 35 in classe energetica A1 e A2, un milione e mezzo di investimento PNRR, dove l’architetto che ha diretto i lavori ha definito il risultato «un germoglio che non può fiorire da solo», perché le maestranze avevano bisogno della protezione della polizia per lavorare in sicurezza. E poi i Giardini Luzzati e il Progetto di Comunità: tredici anni per trasformare una piazza abbandonata in agorà culturale, e poi la sfida di diffondere quel modello nell’intero centro storico attraverso venti presidi sociali con l’avvertenza, formulata senza perifrasi, che il Piano Caruggi è stato «una sommatoria di interventi manchevoli di una visione d’assieme». Il che, tradotto, significa che si è costruito molto senza un disegno unitario: il rischio più insidioso della rigenerazione urbana, come sa chi ha frequentato i dibattiti europei dal New European Bauhaus ai programmi Urbact.

A Imperia, e devo dire che è il progetto che mi ha colpita di più per la sua poetica discrezione cinque frazioni sono state ricucite attraverso interventi minimi ma densi di senso, con le citazioni di Boine, Dulbecco e Berio incise nella pavimentazione, trasformando il selciato in pagina scritta. L’architetto Eleonora Secco ha evocato la lezione di Renzo Piano, l’architetto come artigiano del rammendo, non come demiurgo del masterplan, che ha lasciato che fosse una frase di Boine, incastonata nella pietra di Torrazza a fornire la definizione più bella della giornata: «scrivere è un po’ come camminare — si traccia un sentiero che racconta il nostro passaggio». A chi obiettasse che si tratta di interventi piccoli, risponderei che la scala non è mai garanzia di qualità e che una rampa per disabili pensata con cura vale quanto una piazza alberata da cinque milioni di euro, se entrambe sono fatte per le persone e non per i rendering.

Più a est, a Sarzana, il programma PINQUA sta tentando di restituire un’identità a Marinella, ventiduemila metri quadrati di nucleo ottocentesco rimasto per decenni una periferia balneare svuotata d’inverno, un non-luogo al confine tra Liguria e Toscana. Quattordici nuovi alloggi in X-LAM, una passeggiata lungomare già inaugurata, un civic center in costruzione: il principio guida, formulato con una radicalità che andrebbe scolpita nei disciplinari di ogni bando pubblico, è che «se non rendiamo stabile l’abitare, abbiamo fallito». Perché la rigenerazione urbana che non genera residenza stabile è destinata a restare set design: bella da fotografare, vuota da vivere.

Savona ha raccontato se stessa attraverso la Fortezza che ospitava l’evento, e c’era qualcosa di deliziosamente meta-narrativo nel farlo. Sette progetti, sette finanziamenti diversi, sedici milioni di investimento per un colpo di scena autentico: l’insediamento della Fondazione CIMA, istituto di ricerca sui cambiamenti climatici, nel Palazzo della Loggia. Una fortezza cinquecentesca che diventa laboratorio del futuro climatico ha il sapore dell’ossimoro risolto. A Torino, la Cavallerizza Reale, sito UNESCO, concorso promosso dalla Compagnia di San Paolo, Cino Zucchi Architetti, dove l’intervento più radicale è stato il più discreto: demolire uno spicchio di muro per far entrare il verde dei Giardini Reali e riaprire un passaggio che nessuno ricordava più. A Verbania, infine, l’unico caso di rigenerazione interamente privata: l’impresa AEDES che acquista un’area industriale abbandonata da trent’anni, chiede al Comune di ridurre il volume edificabile, e consegna ventinove appartamenti in classe A4 in meno di due anni grazie a un’amministrazione che ha rilasciato la variante urbanistica in quaranta giorni. Building well, building together, il claim dell’azienda. Ma quel «together» presuppone un’amministrazione che risponda, e non tutte rispondono.

È nella tavola rotonda, però, che il racconto si è fatto più aspro e più necessario. Emanuele Ferraloro, Presidente di Federcostruzioni, ha messo il dito nella piaga: dei progetti presentati, la stragrande maggioranza era a finanziamento pubblico, pochissimi privati, uno solo in partenariato. «Noi dobbiamo ribaltare questa cosa», ha detto, ricordando che le costruzioni valgono il ventotto per cento del PIL italiano e che non si può governare un comparto di queste dimensioni «con le leggi di bilancio». Paula Valentini, Presidente di IN/ARCH Piemonte, ha sollevato il convitato di pietra di ogni inaugurazione — il post life cycle: dopo il taglio del nastro, chi mantiene il parco, chi gestisce lo spazio, chi paga il giardiniere? Domanda scomoda, rimasta in larga parte senza risposta. E Giorgia Tucci, docente di Urbanistica a Genova, ha osservato che l’architetto contemporaneo non è più Niemeyer a Brasilia ma un mediatore tra interessi, competenze e fragilità, in un equilibrio dove turistificazione e ghettizzazione sono rischi speculari dello stesso processo.

C’è stato poi un momento non previsto che ha illuminato, per contrasto, l’intera giornata. Il racconto dell’ex Ospedale San Paolo di Savona, un intero quartiere riqualificato con decine di milioni interamente privati da due famiglie imprenditoriali, ha reso evidente ciò che tutti sapevano: quell’intervento non reggeva da un punto di vista di business plan. È stato possibile solo per ragioni che trascendono il ritorno sull’investimento. «Non si può fare rigenerazione urbana con atti di filantropia», ha concluso Ferraloro, e la frase, nella sua durezza, conteneva insieme una denuncia e un programma.

Tornando a casa da Savona, lungo quella costa che alterna cantieri navali dismessi a borghi color pastello, viene da pensare che la vera partita della rigenerazione urbana italiana non si giochi nei rendering né nelle inaugurazioni, ma in quello spazio opaco e poco fotogenico che sta nel mezzo: le varianti urbanistiche che richiedono tre anni, i vincoli che si sovrappongono come strati geologici, le concessioni di gestione che nessuno ha ancora pensato. Il catalogo delle rinascite è ricco, le competenze ci sono. Quello che manca è l’infrastruttura invisibile: le norme, i tempi, la fiducia reciproca tra pubblico e privato. Perché una fortezza cinquecentesca può ospitare un istituto di ricerca sul clima, e una pavimentazione può diventare una pagina di Boine, ma solo a patto che qualcuno prima ancora di progettare abbia avuto il coraggio di riscrivere le regole.

I genovesi, del resto, lo sanno bene: per costruire il Priamàr ci vollero decenni. Per restituirlo alla città, cinquecento anni dopo, ne serviranno molti meno, se si smette di puntare i cannoni nella direzione sbagliata.