Mentre l’Europa ridisegna le regole del costruire e l’Italia cerca risposte alla crisi abitativa, l’industrializzazione edilizia si impone come la transizione che il settore non può più rimandare.
Ci sono citazioni che attraversano i decenni senza perdere una virgola di attualità, e quando le riascolti ti lasciano addosso quel senso di vertigine che si prova davanti a un orologio fermo che segna comunque l’ora giusta. Cinquant’anni fa qualcuno, non un visionario isolato ma un esperto con i piedi nel cantiere, scriveva della necessità di ricorrere ai sistemi prefabbricati per risolvere il problema della casa, della difficoltà già allora di reperire manodopera qualificata. Mezzo secolo dopo, il 10 marzo 2026, in una sala milanese gremita di ingegneri, progettisti e rappresentanti delle istituzioni, quelle stesse parole sono risuonate con la precisione di una profezia che nessuno ha voluto ascoltare. Era la terza edizione della Conferenza sull’industrializzazione delle costruzioni, e l’impressione netta, quasi fisica, era che il settore fosse arrivato a un punto in cui il lusso di rimandare non è più concesso.
L’industrializzazione edilizia non è un’idea nuova, dunque. Eppure, è tornata al centro del dibattito con un’urgenza sospinta da una convergenza di fattori che merita di essere raccontata senza scorciatoie. Da una parte c’è un’Europa che ha messo nero su bianco ciò che gli addetti ai lavori ripetevano da anni: il settore delle costruzioni, pur contribuendo a oltre il 20% del PIL continentale e dando lavoro a 27 milioni di persone, soffre di una malattia cronica fatta di bassa innovazione, scarsa digitalizzazione e una produttività che non solo è inferiore a quella degli altri settori ma che negli anni ha continuato a decrescere. Dall’altra parte c’è un’emergenza abitativa che ha smesso di essere un tema da convegno per diventare un freno concreto allo sviluppo: il deficit stimato è di 650.000 alloggi l’anno in Europa, un investimento potenziale di 150 miliardi di euro. E la forbice tra valori immobiliari e salari reali, cresciuti del 60% i primi, di appena il 4% i secondi in Italia nell’ultimo decennio, si commenta da sola nella quotidianità di chi cerca casa a Milano, a Roma, a Bologna.
È in questo paesaggio che si è inserita la nascita di INCO, l’Associazione per l’Industrializzazione delle Costruzioni, presentata alla conferenza con la chiarezza di chi sa che il tempo delle premesse è scaduto. L’idea è insieme semplice e ambiziosa: una piattaforma trasversale capace di rappresentare in modo unitario, a Bruxelles come a Roma, il punto di vista italiano della modernizzazione. Con quattro pilastri dichiarati: industrializzazione dei processi costruttivi, digitalizzazione come fattore abilitante, sostenibilità ambientale e sociale, collaborazione attraverso modelli contrattuali che coinvolgano la filiera produttiva fin dalla fase progettuale. Non un’associazione di categoria in più, ma un catalizzatore per un settore che l’Europa colloca al penultimo posto per capacità di innovazione.
Ma la conferenza milanese non si è limitata alle enunciazioni programmatiche. Ha avuto il merito di affiancare alla visione il racconto di ciò che già si fa, ed è qui che il futuro, per dirla con William Gibson, si è mostrato già arrivato, semplicemente non ancora distribuito in modo uniforme. Il Villaggio Olimpico di Porta Romana, progettato da SOM per la committenza Coima, Covivio e Prada, è stato un banco di prova estremo per i Modern Methods of Construction: nato durante la pandemia, vincolato a una scadenza inderogabile, oggi ospita gli atleti Paraolimpici e a settembre diventerà studentato da 1.700 posti; tre vite in un solo edificio, pensate fin dall’inizio con la logica dell’adattabilità. Lo “sdraiato” di CityLife, firmato Bjarke Ingels, racconta un’altra forma di industrializzazione: 221 pilastri prefabbricati da Tecnostrutture, il più alto 24 metri, trasportato di notte e sollevato in mezza giornata, e un canopy in legno con 500.000 viti parametrizzate digitalmente senza una sola interferenza in cantiere. L’ampliamento del Marco Polo di Venezia, con la sua architettura modulare ispirata alle gaggiandre dell’Arsenale, ha aggiunto la dimensione dell’infrastruttura che deve vivere mentre si trasforma: il cantiere che coesiste con il piazzale aeromobili, dove l’offsite non è una scelta ma l’unica opzione praticabile.
Il quadro normativo europeo illustrato dalla Dottoressa Serroni del MIMIT ha fornito a tutto questo una cornice concreta: il Regolamento CPR applicabile da gennaio 2026, il Digital Product Passport che traccia l’intero ciclo di vita dei componenti, il Construction Service Act che punta ad armonizzare il mercato dei servizi di costruzione. Al centro, un principio che suona come una liberazione per l’Italia: la neutralità tecnologica, per cui l’Europa fissa obiettivi prestazionali senza imporre materiali o tecnologie specifiche. È un principio che valorizza quella flessibilità e quell’ibridazione dei materiali che sono il tratto distintivo del costruire italiano, ma è anche una responsabilità, perché la competitività si giocherà sulla capacità di innovare dentro le proprie tradizioni, non contro di esse. Come ha ricordato il Presidente di Green Building Council Italia con la franchezza di chi guida il capitolo italiano di un’associazione presente in 85 paesi: i progettisti e i costruttori italiani non sono secondi a nessuno, e quando qualcuno propone di prendere a modello altri paesi la risposta dovrebbe essere un cortese ma fermo rifiuto.
Ma se la visione è chiara e i casi dimostrano che funziona, perché l’industrializzazione edilizia fatica a diventare prassi diffusa? La domanda è emersa più volte nelle tavole rotonde, e le risposte hanno avuto il pregio della sincerità. C’è un problema culturale: il cantiere tradizionale è familiare, comodo, semplice da contrattualizzare. Passare all’offsite richiede accordi collaborativi, quei modelli contrattuali che coinvolgono le imprese prima della definizione del progetto, e senza questa collaborazione anticipata, inserire tecnologie prefabbricate in un progetto già chiuso è come riscrivere un romanzo partendo dall’ultima pagina. C’è poi la questione della formazione: le università di ingegneria civile si impoveriscono, i giovani fuggono da un settore che percepiscono come antiquato, e costruire per componenti richiede competenze nuove, saper progettare il montaggio, integrare la sicurezza fin dal primo tratto di matita, padroneggiare il BIM come sistema informativo, non come modellazione tridimensionale. E c’è un dato che un relatore ha messo sul tavolo senza giri di parole: oltre il 30% del tempo in cantiere è a bassissimo rendimento. L’offsite lo elimina, ma il suo vantaggio si vede solo confrontando i costi a consuntivo, non a preventivo.
Tornando a quella citazione di cinquant’anni fa, l’orologio fermo che segna l’ora giusta, viene da chiedersi se questa volta sarà diverso. I segnali ci sono: un’Europa che sta costruendo un’architettura normativa concreta, un piano casa italiano da 8 miliardi, una committenza che chiede qualità certificata e tempi certi. Ma la vera sfida non è tecnologica, la tecnologia c’è. È culturale: è la sfida di un intero settore chiamato a trasformarsi da industria che ragiona per cantieri a industria che ragiona per sistemi, senza perdere quel talento per l’ibridazione e la flessibilità che resta il tratto più prezioso del costruire italiano.

