Virginia Lunare

Real Estate, Blog, Centro Studi.

“Mai prima d’ora abbiamo avuto così poco tempo che vale così tanto”, disse Franklin Delano Roosevelt dopo la crisi del ’29, lanciando il New Deal. Quella frase, evocata da Davide Ciferri del Ministero delle Infrastrutture durante la presentazione dell’Osservatorio Congiunturale ANCE, racchiude perfettamente la tensione creativa che ha attraversato il settore delle costruzioni italiano negli ultimi cinque anni e ci consegna, oggi, la lente giusta per leggere le Costruzioni nel dopo-PNRR. Perché il tempo, in questa storia, è diventato molto più di una scadenza: è stato metodo, disciplina, trasformazione. E forse è proprio questa la chiave di lettura più profonda di un ciclo che ha visto il settore passare da un giardino invaso dalle erbacce a una palestra dove gli atleti hanno dovuto ritrovare la forma dopo anni di infortuni.

Investimenti cresciuti del 70% tra 2021 e 2023, trecentocinquantamila posti di lavoro creati in cinque anni, un contributo al PIL del 15% gli elementi di quello che è stato definito “un triennio d’oro”. Sono numeri che fanno tremare le mani quando si scrivono, perché dietro ogni percentuale c’è una storia di imprese che hanno dovuto reinventarsi, di una pubblica amministrazione che ha imparato – faticosamente ma con risultati tangibili – a ragionare per obiettivi e non solo per procedure. Il PNRR ha rappresentato molto più di una semplice iniezione di liquidità: è stato un vero cambio di paradigma. Performance-based management, passare dal “quanto ho speso” al “cosa ho realizzato”, avere finalmente project manager nella pubblica amministrazione che guardino ai tempi di consegna e alla qualità dell’opera.

Le imprese che hanno partecipato al Piano – 6.277 soggetti distribuiti su tutto il territorio, prevalentemente realtà strutturate – non solo hanno aumentato il fatturato in misura superiore alla media del settore, ma hanno incrementato la produttività. In un Paese che da quarant’anni si confronta con lo spettro della bassa produttività, vedere un settore tradizionale come le costruzioni migliorare il rapporto tra fatturato e occupati significa che qualcosa di profondo è cambiato. Le 75.000 imprese iscritte alle casse edili – quelle “vere”, come le definisce il vicepresidente ANCE Petrucco – hanno raddoppiato la redditività sugli investimenti dal 2019 a oggi, il loro indebitamento è sceso sotto la soglia critica, la qualità creditizia ha raggiunto un investment grade che apre nuove prospettive. Sono indicatori che raccontano di un tessuto imprenditoriale uscito dalla crisi più forte, più capace di guardare al futuro con progettualità anziché con mera sopravvivenza.

Eppure, il vero nodo da sciogliere riguarda il “dopo”. Cosa succederà quando il PNRR sarà completato? Nessuno vuole tornare agli anni bui che tra il 2008 e il 2017 hanno espulso dal mercato 143.000 imprese. La risposta dell’ANCE è tanto provocatoria quanto pragmatica: esiste un “PNRR dopo il PNRR”, oltre 120 miliardi di euro già stanziate tra fondi strutturali europei, politiche di coesione, risorse per il clima, piano casa. Un mosaico finanziario che, se gestito con lo stesso metodo dimostrato con il PNRR, potrebbe garantire continuità al mercato. Ma qui si innesta un tema ancora più cruciale, posto da Ezio Micelli dell’Housing Advisory Board europeo: la casa come infrastruttura. Non più un bene di mercato da lasciare alla domanda e offerta, non ancora un diritto completamente demercatizzato, ma un’infrastruttura essenziale per la coesione sociale e lo sviluppo economico. L’Europa sta abbracciando questo paradigma per la prima volta, con un commissario dedicato e un piano continentale per l’affordable housing, di fronte a un’emergenza che in Italia conta meno di un milione di case popolari contro 650.000 famiglie in lista d’attesa.

L’indice di accessibilità abitativa elaborato dall’ANCE restituisce la fotografia di un Paese spaccato: nelle aree metropolitane più attrattive, persino famiglie del quarto quintile di reddito – 71.000 euro netti a Milano, 57.000 a Roma – faticano a trovare alloggio. È un cortocircuito che mina l’economia della conoscenza: le persone si muovono verso le grandi città ma poi non riescono a stabilirvisi per i costi proibitivi. Il risultato è un’emorragia di talenti verso Berlino, Amsterdam, Parigi, Madrid. La questione demografica aggiunge complessità: Cesare Pavese scriveva che “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”, ma cosa succede quando un intero Paese rischia di trasformarsi in una terra da cui si va via senza tornare? Saldo naturale negativo, piramide demografica rovesciata, denatalità cronica, difficoltà nell’attrarre immigrazione qualificata: costruire nuove abitazioni quando la popolazione diminuisce può sembrare un controsenso, ma lo è solo finché non si considera che le persone si spostano, si concentrano, cercano spazi di qualità in contesti urbani vitali. Non bastano quattro mura: serve un “intorno di servizi”, quel tessuto di prossimità che rende l’abitare un’esperienza di comunità.

In questo contesto diventa sempre più necessario ripensare i processi produttivi, integrare digitalizzazione, sperimentare costruzioni off-site, introdurre modelli gestionali più efficienti. Sul fronte del finanziamento, l’Housing Advisory Board europeo prospetta fondi dedicati all’housing sociale, affordable housing bonds sul modello dei green bonds, strumenti come i libretti di risparmio già sperimentati in Francia dalla Caisse des Dépôts. Una finanza multilayered che integri risorse pubbliche, private, comunitarie.

E qui torniamo, circolarmente, al tempo. “Non perdiamo l’allenamento”, ha detto il presidente Brancaccio nelle conclusioni. La metafora della palestra è potente: il PNRR ha costretto tutti a uscire dalla zona di comfort, ha dimostrato che quando c’è metodo, responsabilità, orientamento al risultato, le cose si possono fare bene. Il rischio maggiore sarebbe considerare questa esperienza un’eccezione irripetibile, un fuoco d’artificio destinato a spegnersi. La scelta coraggiosa dell’ANCE di non chiedere proroghe nasce dalla volontà di dimostrare che questo Paese può rispettare gli impegni presi. Ma a questa fermezza deve accompagnarsi chiarezza nella gestione della transizione: le imprese a gennaio 2026 sono pressate da stazioni appaltanti che minacciano penali, vivono nell’incertezza su quali cantieri proseguiranno, quali risorse saranno disponibili. Un’incertezza che rischia di trasformare un successo in un incidente di percorso.

Giacomo Leopardi parlava di quella siepe che “da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. L’imprenditore vero è colui che sa guardare oltre quella siepe, che sa traguardare il futuro anziché limitarsi a gestire il presente. E forse questa è la sfida più grande: non limitarsi a gestire la transizione dal PNRR, ma costruire le fondamenta di un modello nuovo, sostenibile, inclusivo. La casa come infrastruttura, il tempo come risorsa preziosa, la produttività come leva di democratizzazione, la collaborazione pubblico-privato come metodo ordinario, l’orientamento al risultato come cultura diffusa: pezzi di un puzzle che sta prendendo forma.

Mentre ci avviciniamo al traguardo di giugno 2026, la vera sfida non è tagliare il nastro finale ma continuare ad allenarsi, a correre, a migliorare. Il settore delle costruzioni ha dimostrato di saper rispondere quando c’è visione, metodo, risorse, fiducia reciproca. Ha dimostrato che quella palestra può ancora produrre risultati eccellenti quando le regole sono chiare, gli obiettivi definiti, i tempi certi. Adesso si tratta di non perdere questa forma faticosamente riconquistata, di trasformare l’eccezione in norma, di guardare oltre quella siepe leopardiana verso un orizzonte in cui costruire non sia solo produrre metri cubi ma contribuire a tessere quel filo invisibile – fatto di case, città, comunità, opportunità – che tiene insieme una società e la proietta verso il futuro.